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SOTTO LA TOQUE

Alfio Barbagallo:
Sentimentale, Versatile, Brillante

Abbiamo sollevato il cappello da cuoco ad Alfio Barbagallo Executive Chef dell’Eureka Palace Hotel Spa & Resort di Siracusa (Ct), che ci ha svelato i suoi segreti: da cosa voleva diventare da grande a ciò che non manca mai nel suo frigorifero
Alfio Barbagallo è sempre stato vicino all’universo femminile. L’amore per la cucina gli è stato trasmesso dall’adorata mamma, fantastica cuoca casalinga; in seguito ha sposato Rosita, formando un sodalizio d’amore e professionale che dura da quasi trent’anni e coronato dalla nascita di due figlie femmine con la più piccola lanciata verso la professione paterna. Inoltre con la società di catering Signorelli, della quale lo Chef Gilberto Gemelli è terzo socio e anima, si impegna da anni per rendere indimenticabili e felici le feste di spose, laureande e diciottenni che ama “coccolare professionalmente” sfoderando tutta la sua creatività, versatilità e maestria.
Diplomato perito elettrotecnico ha esercitato il mestiere per un breve periodo, poi ha voluto misurarsi con il suo sogno, frequentando un corso regionale di cucina prima e uno di pasticceria in seguito. L’insegnante lo scelse fra 15 alunni per andare a lavorare con lui così Alfio spiccò il volo, prima professionale in alcune grandi strutture alberghiere, poi reale verso Londra per ampliare la visuale e le capacità. Curioso e meticoloso trova sempre il momento per leggere un libro di cucina, convinto che non si debba mai smettere di evolversi. Da qualche anno la location d’elezione per gli eventi firmati Signorelli è la monumentale struttura ricettiva annessa all’Ippodromo del Mediterraneo di Siracusa che ha affidato ai tre soci anche la gestione del ristorante interno con sala panoramica affacciata sulle piste dei cavalli.

-Da bambino cosa sognavi di diventare?
Da buon Sagittario da grande volevo fare il viaggiatore per esplorare il mondo e le sue culture.

-Il primo sapore che ti ricordi.
Sicuramente il sapore dei cannelloni che cucinava mia madre quando ero piccolo.

-Qual è il senso più importante?
Personalmente ritengo che sia sicuramente l'olfatto che in cucina non manca mai di essere usato.

-Il piatto più difficile che tu abbia mai realizzato.
Il “Filetto alla Wellington”. Ero alle prime armi e mi fu chiesto di fare un filetto. La mia paura era tanta, perché non l’avevo mai fatto. Il risultato però fu ottimo!

-Come hai speso il primo stipendio?
Lo ricevetti a 19 anni e ci comprai "L'arte della cucina moderna" di Henri-Paul Pellaprat. Un libro che ancora oggi mi accompagna in cucina.

-Quali sono i tre piatti che nella vita non si può assolutamente fare a meno di provare?
I fish and chips di Londra, la pizza margherita di Napoli e la torta Sacher di Vienna.

-Cosa non manca mai nel frigo di casa tua?
Cerco di non far mancare mai una fetta di Grana Padano.

-Qual è il tuo cibo consolatorio?
Sicuramente lo yogurt che mangio da quando sono bambino.

-Che rapporto hai con le tecnologie?
Me la cavo abbastanza bene.

-All’ Inferno ti obbligano a mangiare sempre un piatto: quale?
Spero mi diano la carne al ragù che non mi stancherei mai di mangiare.

-Chi inviteresti alla cena dei tuoi sogni?
Ovviamente la persona che inviterei è mia moglie.

-Quale quadro o opera d’arte rappresenta meglio la tua cucina?
Penso che un quadro che rappresenta la mia cucina possa essere "L'urlo" di Munch, perché per me rappresenta lo stupore che le persone hanno quando vedono un mio piatto.

-Se la tua cucina fosse una canzone quale sarebbe?
"Non abbiam bisogno di parole” di Ron.

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